Cosa significa quando un genitore non guarda mai negli occhi i propri figli, secondo la psicologia?

Vi siete mai chiesti perché alcune persone, anche da adulte, faticano tremendamente a sostenere lo sguardo di qualcuno? O perché certe conversazioni importanti vengono affrontate guardando il pavimento, il soffitto, ovunque tranne che negli occhi dell’altro? Molto probabilmente, la risposta si nasconde nell’infanzia. E oggi parliamo proprio di questo: di quegli sguardi che non ci sono mai stati, di quei genitori che guardavano altrove mentre i loro figli cercavano disperatamente una connessione.

Può sembrare un dettaglio da poco – dopotutto, stiamo parlando solo di “guardarsi negli occhi”, no? Sbagliato. Quello sguardo, o la sua assenza, può segnare un bambino per tutta la vita. E se state leggendo questo articolo con un certo groppo alla gola, forse è perché state iniziando a capire che anche voi fate parte di quel club non ufficiale di “bambini che non sono mai stati veramente visti”.

Gli occhi non mentono: la scienza dello sguardo tra genitore e figlio

Partiamo dalle basi scientifiche, perché non stiamo parlando di sensazioni o di percezioni vaghe. Il contatto visivo tra madre e neonato è letteralmente uno dei pilastri su cui si costruisce l’intera architettura emotiva di una persona. Questa non è un’opinione da bar: è psicologia dello sviluppo, confermata da decenni di ricerche.

Gli studi sull’intersoggettività – questa parola complicata che in pratica significa “la capacità di capire che esistono altre menti oltre alla nostra” – dimostrano che il contatto oculare tra madre e neonato è assolutamente cruciale. Quando una mamma guarda negli occhi il suo bambino e il bambino ricambia quello sguardo, sta succedendo qualcosa di magico a livello neurologico: si stanno gettando le fondamenta della comunicazione emotiva, dell’empatia, della capacità di relazionarsi con gli altri.

Pensateci: prima ancora di sapere cosa significhi la parola “amore”, un neonato lo impara attraverso lo sguardo di chi si prende cura di lui. Quello sguardo dice: “Ti vedo. Esisti. Sei importante per me”. È un messaggio che non passa attraverso le parole, ma che viene inciso direttamente nel sistema nervoso del bambino.

Quando gli occhi guardano altrove: anatomia di un’assenza

Ma cosa succede quando quello sguardo non c’è? Quando un genitore distoglie sistematicamente lo sguardo, evita il contatto visivo, o peggio ancora, sembra guardare “attraverso” il proprio figlio come se fosse trasparente?

Le ricerche sul tema dell’attaccamento – quella teoria fondamentale sviluppata dallo psicologo teoria dell’attaccamento di John Bowlby che spiega come si formano i legami tra bambini e caregiver – ci dicono che il contatto visivo è uno degli strumenti principali attraverso cui avviene quella cosa complicata chiamata “co-regolazione emotiva”. In parole povere: quando un bambino è spaventato, arrabbiato o confuso, guarda negli occhi il genitore per capire come gestire quello che sta provando. Lo sguardo del genitore funziona come una specie di termostato emotivo esterno.

Se il genitore ricambia quello sguardo con un’espressione calma e rassicurante, il bambino impara: “Ok, posso gestire questa emozione. Non è la fine del mondo”. Ma se il genitore evita lo sguardo? Il bambino rimane in balia della sua tempesta emotiva, senza bussola, senza ancora. Secondo gli esperti che studiano lo sviluppo infantile, questa mancanza di contatto visivo può lasciare letteralmente un bambino abbandonato a emozioni che non riesce a contenere da solo.

Perché un genitore evita di guardare i propri figli? Le ragioni nascoste

Ora, prima che qualcuno pensi che stiamo parlando di genitori cattivi o sadici, facciamo chiarezza: nella stragrande maggioranza dei casi, un genitore che evita il contatto visivo con i propri figli non lo fa per crudeltà. Lo fa perché sta affrontando le proprie battaglie interiori, spesso inconsce.

L’ansia è una delle cause principali. Studi pubblicati su riviste scientifiche di psicologia infantile hanno dimostrato che i bambini ansiosi tendono ad evitare il contatto visivo perché lo percepiscono come minaccioso o troppo intenso emotivamente. Questo pattern non scompare magicamente quando si diventa adulti. Un genitore che soffre di ansia cronica può trovarsi intrappolato in un circolo vizioso: evita lo sguardo del figlio perché il contatto visivo amplifica la sua stessa paura e la sua ipervigilanza interna.

È come se il loro cervello fosse costantemente in modalità “scansione pericoli”, troppo occupato a monitorare minacce invisibili per riuscire a fermarsi e connettersi emotivamente con i loro bambini. Non è cattiveria, è un meccanismo di sopravvivenza difettoso ereditato dalla loro stessa infanzia difficile.

La depressione è un’altra grande colpevole. Un genitore depresso vive in uno stato di distacco emotivo così profondo che guardare negli occhi un bambino – con tutta quella vitalità, quell’energia, quelle richieste emotive – diventa semplicemente insostenibile. È come se ci fosse un vetro appannato tra loro e il mondo. Insieme alla depressione, anche il cosiddetto “distacco reattivo” – una specie di meccanismo di difesa emotivo che si attiva quando qualcuno ha subito troppi traumi – può portare allo stesso risultato.

La catena transgenerazionale: il dolore che si tramanda

Qui arriviamo al nocciolo della questione, quello che rende questa storia ancora più triste: molti genitori che evitano il contatto visivo con i propri figli sono stati a loro volta bambini “non visti”. Hanno imparato fin da piccoli che connettersi emotivamente è pericoloso, che aprirsi porta solo a delusioni, che è meglio tenere le distanze.

È quello che gli psicologi chiamano trasmissione intergenerazionale dei pattern di attaccamento. I genitori tendono a replicare inconsciamente il tipo di attaccamento che hanno sperimentato da bambini. Se nessuno ti ha mai guardato veramente negli occhi con amore e presenza, come fai a sapere come farlo con tuo figlio? È come chiedere a qualcuno di insegnarti a nuotare quando non ha mai visto l’acqua.

Le conseguenze invisibili: cosa succede ai bambini “non visti”

Parliamo ora del rovescio della medaglia: cosa succede nella mente e nel cuore di quei bambini che crescono senza ricevere quello sguardo di riconoscimento? Perché questo è il punto che ci interessa davvero se vogliamo capire certi nostri comportamenti da adulti.

Come si sviluppa l’autostima? Attraverso lo sguardo degli altri, specialmente dei nostri caregiver primari. Quando un genitore ci guarda con amore, approvazione e interesse genuino, è come se ci stesse dicendo senza parole: “Tu vali. Tu conti. Tu meriti attenzione”. Quel messaggio viene interiorizzato e diventa la vocina interiore che ci accompagna per tutta la vita.

Quando ti senti davvero visto da qualcuno?
Nel contatto visivo profondo
Nel silenzio condiviso
Nel gesto premuroso
Nelle parole dette bene
Nel non dover spiegare

Ma quando quello sguardo manca? Il bambino interiorizza un messaggio completamente diverso: “Non sono abbastanza interessante. C’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in me. Non merito di essere visto”. Secondo gli studi sull’attaccamento, questa voce tossica può continuare a sussurrare per decenni, sabotando relazioni sentimentali, carriere professionali, sogni personali.

Ricerche condotte da team di psicologi dell’età evolutiva hanno evidenziato qualcosa di particolarmente interessante: i bambini che crescono senza adeguato contatto visivo con i genitori tendono ad amplificare le proprie paure. Senza quello sguardo rassicurante che comunica “va tutto bene, sono qui con te”, ogni piccola minaccia diventa gigantesca. È la differenza tra guardare un film dell’horror da soli al buio e guardarlo abbracciati a qualcuno sul divano. Il film è lo stesso, ma l’esperienza emotiva è completamente diversa.

Le relazioni adulte: la fame infinita di uno sguardo perduto

Ecco dove questa storia diventa tremendamente attuale per noi adulti. Quegli schemi che abbiamo imparato nell’infanzia non restano confinati nel passato – li trasciniamo con noi nelle nostre relazioni come bagagli invisibili ma pesantissimi.

Chi è cresciuto senza essere “visto” può sviluppare una fame insaziabile di attenzione da adulto, cercando disperatamente in partner romantici, amici o perfino colleghi quello sguardo di riconoscimento che non ha mai ricevuto da bambino. È quella persona che sembra non avere mai abbastanza conferme, che interpreta ogni distrazione come un rifiuto personale, che vive nel terrore costante di diventare invisibile.

All’opposto, alcuni replicano il pattern evitando a loro volta la vera intimità. Diventano incapaci di sostenere un contatto visivo profondo con le persone che amano, perché non hanno mai imparato che è sicuro farlo. Finiscono per guardare il telefono durante le conversazioni importanti, per distogliere lo sguardo nei momenti di maggiore vulnerabilità emotiva, perpetuando il ciclo del distacco.

La strada verso la guarigione: si può riparare quello sguardo perduto?

La buona notizia – e sì, ce n’è una – è che il cervello umano è straordinariamente plastico. Gli schemi si possono modificare, le ferite si possono curare, anche quelle che risalgono alla primissima infanzia.

La psicoterapia, specialmente quella focalizzata sull’attaccamento, può essere incredibilmente riparatrice. Come sottolineano gli esperti che lavorano su questi temi, un buon terapeuta fa esattamente quello che il genitore avrebbe dovuto fare: cerca il vostro sguardo, crea quella connessione visiva sicura che è mancata. È come dare al vostro sistema nervoso una seconda possibilità di imparare che connettersi può essere sicuro.

Non parliamo solo di “parlare dei propri problemi”, ma di vivere concretamente un’esperienza relazionale diversa, in cui qualcuno vi guarda veramente, vi vede per quello che siete, e resta presente anche quando mostrate le vostre parti più vulnerabili.

Ma non è necessario aspettare la terapia. Anche relazioni amicali o romantiche sane, in cui qualcuno finalmente vi guarda veramente negli occhi con presenza e amore, possono avere un effetto profondamente curativo. Ogni volta che sostenete uno sguardo intimo e vi rendete conto che va tutto bene, che non venite annientati o abbandonati, state riscrivendo quella vecchia storia. È un processo graduale, che richiede pazienza e compassione verso se stessi.

E se invece vi state rendendo conto che siete voi a evitare il contatto visivo con i vostri figli? Prima cosa: respirate. Secondo: avete già fatto il passo più importante riconoscendolo. La consapevolezza è potere quando si tratta di cambiare schemi generazionali. Iniziate gradualmente. Provate a fermarvi durante la giornata, a posare il telefono, a inginocchiarvi all’altezza degli occhi del vostro bambino e a guardarlo. Veramente guardarlo. Probabilmente sarà scomodo all’inizio, potrebbero emergere emozioni intense legate alla vostra stessa storia. Ma quello sforzo consapevole conta tantissimo e può fare la differenza per spezzare una catena che magari si trascina da generazioni.

Prima di chiudere, alcune precisazioni fondamentali. Non stiamo parlando del genitore che ogni tanto è stanco o distratto – tutti i genitori hanno momenti in cui non sono emotivamente disponibili al cento per cento. I bambini non hanno bisogno di perfezione, hanno bisogno di quello che lo psicologo Donald Winnicott chiamava “sufficientemente buono”. Stiamo parlando di evitamento sistematico e persistente del contatto visivo, di un pattern che si ripete costantemente nel tempo.

Alla fine, tutta questa storia si riduce a una verità profondamente umana: tutti noi abbiamo bisogno di essere visti. Non nel senso superficiale dei like sui social media – anche se forse la nostra ossessione collettiva per i social riflette proprio questa fame primordiale di riconoscimento mai soddisfatta nell’infanzia. Abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi negli occhi e ci dica, senza bisogno di parole: “Ti vedo. Esisti per me. Quello che provi è reale e importante”.

Quando questo sguardo fondamentale manca durante i primi anni di vita, si crea un vuoto che può accompagnarci per decenni, influenzando ogni relazione significativa che costruiamo. Ma la speranza è che, comprendendo questi meccanismi, possiamo finalmente dare un nome a certi vuoti che sentiamo, smettere di pensare che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in noi, e iniziare il processo di guarigione. La prossima volta che un bambino cerca i vostri occhi, fermatevi. Posate il telefono, abbassatevi alla sua altezza, e guardatelo veramente. Potrebbero essere solo pochi secondi, ma per quel bambino potrebbero significare la differenza tra sentirsi invisibile e sentirsi finalmente visto. E quella differenza, credetemi, dura tutta una vita.

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