Supermercato e pesce surgelato: cosa nascondono davvero le date sulla confezione che nessuno ti ha mai spiegato

Quando acquistiamo filetti di merluzzo al supermercato, spesso ci troviamo di fronte a diciture che generano confusione: “da consumarsi entro”, “da consumarsi preferibilmente entro”, date stampate sulla confezione che sembrano tutte uguali ma che in realtà nascondono significati profondamente diversi. Questa incertezza porta ogni anno migliaia di consumatori italiani a gettare via prodotti ancora idonei al consumo o, nel peggiore dei casi, a consumare alimenti che hanno superato i limiti di sicurezza. Comprendere la differenza tra data di scadenza e termine minimo di conservazione non è solo una questione di risparmio economico, ma rappresenta un aspetto cruciale per la tutela della nostra salute.

La differenza fondamentale che pochi conoscono

I filetti di merluzzo possono presentare due tipologie di indicazioni temporali completamente diverse tra loro. La dicitura “da consumarsi entro” identifica la vera e propria data di scadenza, un limite tassativo oltre il quale il prodotto non deve essere consumato per motivi di sicurezza microbiologica. Si tratta di un confine invalicabile che troviamo esclusivamente sui prodotti freschi e refrigerati altamente deperibili, come il pesce fresco.

Al contrario, il da consumarsi preferibilmente entro indica il termine minimo di conservazione, una data entro la quale il produttore garantisce che l’alimento mantenga le sue proprietà organolettiche e nutrizionali specifiche in condizioni di conservazione adeguate. Superare questa data non significa automaticamente che il prodotto sia pericoloso, ma che potrebbe aver perso alcune caratteristiche qualitative. La normativa consente infatti la vendita di prodotti oltre il termine minimo di conservazione, purché siano ancora idonei al consumo, sotto responsabilità dell’operatore del settore alimentare.

Filetti freschi refrigerati: massima attenzione richiesta

I filetti di merluzzo freschi conservati nel banco refrigerato del supermercato rappresentano la categoria più delicata. Questi prodotti riportano obbligatoriamente la data di scadenza vera e propria quando sono preimballati, in quanto alimenti facilmente deperibili dal punto di vista microbiologico. La durata reale può variare in funzione del metodo di confezionamento, come l’atmosfera protettiva, e della temperatura di conservazione. In ambito commerciale, per il pesce fresco refrigerato si parla generalmente di pochi giorni dalla lavorazione.

La catena del freddo risulta assolutamente determinante: per i prodotti ittici freschi la conservazione deve avvenire a temperature prossime al punto di fusione del ghiaccio, intorno a 0°C, o comunque non superiori a 4°C. Qualsiasi interruzione o aumento della temperatura accelera lo sviluppo di flora alterante e patogena, come Listeria monocytogenes e batteri produttori di istamina. Il pesce è un alimento altamente deperibile e, se conservato in modo inadeguato o consumato oltre la data di scadenza, può comportare rischi concreti di tossinfezioni alimentari e di sindrome sgombroide da istamina.

Gli indicatori visivi e olfattivi da non sottovalutare

Prima della data di scadenza, esistono segnali che ci permettono di valutare lo stato del prodotto fresco. La carne del filetto deve presentare un colore bianco uniforme e brillante nei pesci magri come il merluzzo, senza macchie giallastre o brunastre dovute a ossidazione o disidratazione. L’odore del pesce fresco deve essere lieve, marino, mai pungente, ammoniacale o acido: l’odore intenso è considerato un segno inequivocabile di deterioramento. La consistenza deve risultare soda ed elastica: nei prodotti ittici freschi, la perdita di elasticità e la permanenza dell’impronta digitale dopo la pressione vengono considerate tra i principali indici di perdita di freschezza nelle valutazioni sensoriali professionali.

Filetti surgelati: quando il termine minimo inganna

I filetti di merluzzo surgelati costituiscono una categoria completamente diversa. Questi prodotti riportano il termine minimo di conservazione, generalmente compreso nella pratica industriale tra 12 e 24 mesi per i prodotti conservati a -18°C. La surgelazione, se mantenuta costantemente a -18°C o temperature inferiori, blocca la crescita della maggior parte dei microrganismi e rallenta drasticamente le reazioni enzimatiche e chimiche di degradazione, pur non eliminando completamente i microrganismi presenti.

Superare il termine minimo non rende automaticamente il prodotto pericoloso dal punto di vista sanitario, a condizione che la catena del freddo sia stata rispettata. La principale conseguenza è una perdita graduale di qualità sensoriale e nutrizionale. Il fenomeno della bruciatura da freddo è dovuto a disidratazione e ossidazione superficiale: si manifesta con chiazze biancastre e secche sui prodotti surgelati ed è un difetto qualitativo, non di sicurezza alimentare. Il prodotto rimane sicuro ma perde sapore e succosità, e le modificazioni ossidative dei lipidi possono ridurre il contenuto di acidi grassi polinsaturi, inclusi gli omega-3.

L’importanza della temperatura di stoccaggio domestico

Un aspetto raramente considerato riguarda le condizioni di conservazione domestiche. Il termine minimo di conservazione indicato sulla confezione presuppone che il prodotto venga mantenuto stabilmente alla temperatura dichiarata di -18°C. Studi sull’effettiva temperatura dei congelatori domestici mostrano che molti apparecchi operano spesso a temperature superiori e con ampie fluttuazioni dovute alle aperture frequenti, con conseguente peggioramento più rapido della qualità di texture, colore e sapore rispetto a quanto previsto. In queste condizioni, un prodotto surgelato può perdere qualità sensoriale ben prima del termine minimo indicato, pur restando microbiologicamente sicuro se non subisce scongelamenti parziali prolungati.

Il prodotto scongelato: una zona grigia normativa

Particolare attenzione merita il merluzzo venduto come “decongelato” o “precedentemente congelato”. Questi filetti, pur proveniendo da prodotti surgelati, sono commercializzati nel banco refrigerato e devono riportare una data di scadenza, non un termine minimo di conservazione, in quanto alimenti deperibili conservati in refrigerazione. La loro durata risulta generalmente inferiore rispetto al prodotto pescato e mai congelato: i cicli di congelamento-scongelamento determinano danni alla struttura cellulare, con denaturazione proteica e perdita di ritenzione d’acqua.

La normativa impone agli operatori di indicare chiaramente quando un prodotto è stato precedentemente congelato, informazione fondamentale anche perché non è raccomandato ricongelare a casa prodotti scongelati, se non dopo cottura, per evitare un ulteriore aumento della carica microbica e della degradazione qualitativa. Il ricongelamento di alimenti scongelati aumenta infatti il rischio di crescita microbica durante le fasi a temperatura intermedia.

Strategie pratiche per ridurre gli sprechi senza rischi

Per i filetti freschi, la pianificazione degli acquisti diventa essenziale. Vanno acquistati preferibilmente quando si ha la certezza di consumarli entro la data di scadenza, rispettando le indicazioni di conservazione in frigorifero riportate in etichetta. Se ci si accorge di non riuscire a rispettare la scadenza, è possibile congelare a casa il prodotto prima della data limite, utilizzando temperature adeguate e confezionando il pesce in modo da limitare l’esposizione all’aria. Il pesce congelato in ambito casalingo mantiene una qualità sensoriale soddisfacente generalmente per 2-3 mesi in congelatori a -18°C.

Per i prodotti surgelati oltre il termine minimo, le indicazioni di sicurezza alimentare consigliano una valutazione sensoriale dopo lo scongelamento: presenza di odori rancidi o ammoniacali, colore anomalo, texture molle o eccessivamente secca sono campanelli di allarme che suggeriscono di non consumare il prodotto. Se non vi sono alterazioni visibili o olfattive e la catena del freddo è stata mantenuta, il consumo è generalmente considerato sicuro nonostante il superamento del termine minimo. La cottura completa, con raggiungimento di temperature interne di almeno 70°C per alcuni minuti, è raccomandata per ridurre l’eventuale carica batterica superficiale sviluppatasi durante piccole fluttuazioni termiche.

Responsabilità condivisa lungo tutta la filiera

La corretta gestione delle date non dipende solo dal consumatore finale. I supermercati hanno l’obbligo di mantenere temperature adeguate nei banchi refrigerati e nei freezer, effettuando il controllo delle temperature con adeguati sistemi di registrazione. Per i prodotti ittici freschi, le temperature operative raccomandate sono prossime a 0°C sul ghiaccio fuso, mentre per i prodotti refrigerati confezionati molte linee guida applicative indicano il limite di 4°C per garantire sicurezza e qualità.

Durante l’acquisto, è opportuno verificare che i banchi refrigerati e i freezer presentino indicazioni di temperatura leggibili e conformi ai requisiti di legge, e che i prodotti non mostrino segni di scongelamento parziale, come presenza di ghiaccio in eccesso o confezioni deformate. È pratica comune nella distribuzione organizzata posizionare i prodotti con scadenza più lontana nella parte posteriore dello scaffale e quelli con scadenza ravvicinata nella parte anteriore. Scegliere consapevolmente tra i prodotti in base ai propri tempi di consumo contribuisce a ridurre gli scarti lungo la filiera e a combattere lo spreco alimentare, che in Italia coinvolge anche il comparto ittico con impatti economici e ambientali rilevanti. Un uso corretto di data di scadenza e termine minimo di conservazione, unito al rispetto della catena del freddo, rappresenta una delle leve più efficaci per ridurre lo spreco senza aumentare i rischi per la nostra salute.

Hai mai consumato merluzzo oltre la data indicata in etichetta?
Mai supererei la scadenza
Solo se surgelato
Annuso e decido
Non guardo mai le date
Dipende da come appare

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