Quando afferriamo quel tubetto o quel barattolo di maionese al supermercato, raramente ci soffermiamo a riflettere su cosa contenga realmente. Eppure, dietro quella cremosità apparentemente innocua si nasconde un mondo di informazioni deliberatamente vaghe, studiate per non farci comprendere appieno cosa stiamo portando in tavola. La maionese industriale rappresenta uno degli esempi più emblematici di come l’industria alimentare utilizzi il linguaggio dell’etichetta per confondere piuttosto che informare.
Il gioco delle parole sull’etichetta
Avete mai notato quelle diciture ampie e generiche che compaiono sulle confezioni? “Oli vegetali”, “uova da allevamento a terra UE/extra-UE”, “grassi vegetali”: formule che sembrano rassicuranti ma che in realtà celano un’assenza totale di trasparenza. Questa vaghezza non è casuale. La normativa europea consente infatti alle aziende di indicare la provenienza degli ingredienti in modo estremamente generico, senza specificare il paese di origine né tanto meno il fornitore. Il Regolamento europeo 1169/2011 permette di utilizzare la dicitura generica “oli vegetali” senza dover specificare quale tipo di olio sia effettivamente presente nel prodotto.
Il risultato? Un consumatore che crede di scegliere con consapevolezza si ritrova in realtà completamente all’oscuro. Quella dicitura “UE/extra-UE” potrebbe significare tutto e niente: le uova potrebbero provenire dall’Italia come dalla Bulgaria, dalla Spagna come dall’Ucraina. Una differenza che non è solo geografica, ma che implica standard produttivi, controlli e qualità profondamente diversi. Anche quando leggete “allevamento a terra”, sappiate che questo indica solo che le galline hanno accesso al suolo con una densità massima di 9 galline per metro quadrato, ma non fornisce alcuna informazione sulla qualità del mangime o sulle condizioni igieniche dell’allevamento.
Gli oli vegetali: un mistero nutrizionale
Ancora più preoccupante è la questione degli oli. Quando leggete “olio vegetale” o “oli vegetali” sull’etichetta della vostra maionese, cosa vi viene in mente? Probabilmente pensate a qualcosa di naturale, forse a olio di oliva o di girasole. La realtà è ben diversa. Sotto questa definizione ombrello possono nascondersi olio di palma raffinato, spesso oggetto di critiche per l’impatto ambientale legato alla deforestazione di 16 milioni di ettari e per il profilo nutrizionale discutibile, dato il suo alto contenuto di grassi saturi con il 50% di acido palmitico. Oppure olio di colza, non sempre di prima qualità , spesso raffinato e con basso contenuto di omega-3 se idrogenato. O ancora olio di soia, frequentemente di origine OGM quando proviene da paesi extra-europei come gli Stati Uniti, dove il 94% della soia coltivata è geneticamente modificata, o miscele di oli di bassa qualità raffinati industrialmente.
La differenza tra un olio extravergine di oliva spremuto a freddo e un olio vegetale raffinato industrialmente è abissale, sia dal punto di vista nutrizionale che organolettico. Durante il processo di raffinazione industriale si perde oltre il 90% dei polifenoli benefici presenti nell’olio. Eppure l’etichetta non vi permette di distinguere, lasciandovi nell’ignoranza più totale.
Le uova fantasma: tracciabilità zero
Le uova rappresentano l’ingrediente principale della maionese, costituendone fino al 75-80% in termini di materia prima solida nelle ricette industriali tipiche. Eppure, mentre quando acquistate uova fresche trovate stampato sul guscio un codice che vi racconta tutto sull’allevamento di provenienza, quando quelle stesse uova vengono trasformate in maionese industriale quella tracciabilità scompare magicamente.

La dicitura “da allevamento a terra” suona rassicurante, ma non garantisce assolutamente nulla sulla qualità dell’alimentazione delle galline, sulle dimensioni dell’allevamento o sulle condizioni igieniche specifiche. Il codice 3 che identifica l’allevamento a terra indica solo che le galline hanno accesso al suolo e non sono in gabbia, ma non fornisce dettagli sul tipo di mangime utilizzato. Due allevamenti a terra possono essere profondamente diversi: uno può ospitare 5.000 galline in uno spazio adeguato con alimentazione controllata, un altro può contenerne 50.000 in condizioni al limite della sostenibilità .
Cosa cercano di nascondere i produttori
La domanda sorge spontanea: perché tanta vaghezza? La risposta è semplice e commerciale. Indicare con precisione la provenienza degli ingredienti vincolerebbe il produttore a una filiera stabile e controllata, impedendogli di cambiare fornitore in base alle oscillazioni di prezzo del mercato globale. Mantenere la genericità permette flessibilità commerciale massima, ma a scapito della vostra consapevolezza. Si tratta di una pratica comune nell’industria alimentare per stabilizzare i costi di produzione.
Questo meccanismo consente alle aziende di modificare la composizione del prodotto senza cambiare l’etichetta: oggi possono usare olio di girasole europeo, domani olio di soia extra-UE, senza che voi possiate accorgervene. La ricetta rimane legalmente “la stessa”, anche se gli ingredienti reali sono completamente diversi. Il Regolamento europeo 1169/2011 permette questa flessibilità finché la categoria dell’ingrediente rimane invariata.
Come difendersi dall’opacità informativa
Di fronte a questo scenario, il consumatore attento ha poche ma efficaci armi a disposizione. Prima fra tutte: leggere con sospetto le etichette troppo vaghe. Quando trovate diciture generiche, consideratele un campanello d’allarme piuttosto che una rassicurazione. Cercate prodotti che specifichino chiaramente il tipo preciso di olio utilizzato, come olio di oliva, olio di girasole o olio di semi di mais. Privilegiate quelli con provenienza geografica specifica, non generica, e con certificazioni di qualità verificabili come DOP per l’olio di oliva o certificazione biologica europea. Preferite indicazioni sulla tipologia di allevamento più dettagliate, scegliendo il codice 0 che indica allevamento biologico.
Esistono maionesi prodotte con ingredienti di origine chiaramente dichiarata, ma bisogna saperle riconoscere e spesso si trovano in fasce di prezzo superiori. La differenza di costo, tuttavia, riflette una differenza reale di qualità e trasparenza che vale la pena considerare.
L’alternativa casalinga: più consapevolezza, meno mistero
Preparare la maionese in casa richiede pochi minuti e ingredienti semplicissimi: un uovo fresco di cui conoscete la provenienza, 200 millilitri di olio di cui scegliete personalmente la qualità , succo di limone e un pizzico di sale. L’emulsione si forma naturalmente e rimane stabile quando il pH è compreso tra 4 e 5. Nessun additivo, nessun emulsionante misterioso, nessuna origine mascherata. Solo ingredienti che potete vedere, toccare e di cui conoscete esattamente la storia.
Non si tratta di demonizzare i prodotti industriali, ma di pretendere lo stesso livello di informazione che ci viene garantito per gli ingredienti base. Se l’uovo fresco ha un codice che racconta la sua storia, perché quello trasformato in maionese deve diventare improvvisamente anonimo? La consapevolezza alimentare passa attraverso la trasparenza. Ogni volta che scegliete un prodotto dall’etichetta volutamente vaga, state rinunciando al vostro diritto di sapere cosa mangiate. E questo diritto, nel 2024, non dovrebbe più essere negoziabile.
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