Quando un figlio attraversa la giovane età adulta, molte madri si trovano in una terra di nessuno emotiva: il ragazzo non è più un bambino da consolare con un abbraccio, ma nemmeno un adulto completamente autonomo che rifiuta ogni forma di sostegno. Le emozioni intense che caratterizzano questa fase – ansia per il futuro, rabbia verso un mondo percepito come ostile, frustrazione per aspettative non soddisfatte – possono mettere in crisi anche il genitore più preparato.
La difficoltà principale risiede nel calibrare la giusta distanza emotiva. Troppo coinvolgimento rischia di infantilizzare il giovane adulto, minando la sua autostima e capacità di resilienza. Troppo distacco, invece, può essere interpretato come indifferenza, proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di sentirsi sostenuto. Secondo la psicologa clinica Lisa Damour, autrice di libri sulla psicologia adolescenziale, questa ambivalenza è normale e rappresenta il processo di individuazione tardiva tipico della società contemporanea, dove l’adolescenza si estende fino ai primi anni dell’età adulta a causa di ritardi in traguardi come l’indipendenza economica e residenziale.
Riconoscere i segnali senza etichettare
Il primo passo consiste nell’osservare senza giudicare. Quando un giovane adulto manifesta rabbia o ansia, raramente si tratta di capricci: dietro queste emozioni si nascondono paure legittime legate all’identità, alla performance sociale, alle pressioni economiche. La differenza tra supporto e invadenza sta nella capacità di riconoscere questi stati emotivi senza trasformarli immediatamente in problemi da risolvere.
Invece di dire “Sei sempre ansioso, dovresti vedere qualcuno”, una madre può comunicare: “Noto che ultimamente sembri sotto pressione. Sono qui se vuoi parlarne, senza giudizio”. Questa formulazione rispetta l’autonomia del figlio, riconosce la sua esperienza e offre disponibilità senza forzare la mano.
La validazione emotiva come strumento di connessione
La ricerca in ambito di regolazione emotiva ha dimostrato che la validazione – cioè il riconoscimento che le emozioni dell’altro sono comprensibili e legittime – rappresenta uno dei fattori protettivi più potenti contro l’escalation emotiva. Questo non significa approvare comportamenti distruttivi, ma separare la persona dal comportamento.
Quando un figlio esplode in una reazione rabbiosa, la tentazione naturale è minimizzare (“Non è poi così grave”) o razionalizzare (“Devi guardare il lato positivo”). Entrambe le strategie, per quanto ben intenzionate, negano l’esperienza emotiva vissuta. Una risposta validante suonerebbe così: “Capisco che questa situazione ti faccia sentire impotente e arrabbiato. È frustrante quando le cose non vanno come vorremmo”.
Creare spazi di ascolto non giudicante
I giovani adulti hanno bisogno di spazi sicuri dove elaborare le proprie emozioni senza timore di deludere o preoccupare i genitori. Questo richiede un cambiamento di prospettiva: passare dalla modalità “risolvo i tuoi problemi” alla modalità “ti accompagno mentre trovi le tue soluzioni”.
Alcune strategie concrete includono:
- Porre domande aperte invece di fornire soluzioni immediate: “Come ti fa sentire questa situazione?” piuttosto che “Ecco cosa dovresti fare”
- Resistere all’impulso di riempire i silenzi: il silenzio può essere lo spazio in cui il giovane elabora internamente le sue emozioni
- Riflettere ciò che si ascolta senza aggiungere interpretazioni: “Ti sento dire che ti senti sopraffatto dal lavoro e dalle aspettative sociali”
- Rispettare i tempi di chiusura: se il figlio non vuole parlare in un determinato momento, comunicare che la porta rimane aperta
Stabilire confini sani per entrambi
Supportare emotivamente non significa essere disponibili senza limiti. Una madre ha diritto alla propria stabilità emotiva e non deve trasformarsi nel contenitore esclusivo delle emozioni difficili del figlio. Il concetto di compassion fatigue – esaurimento emotivo derivante dall’eccessivo caregiving – è ben documentato nella letteratura psicologica e rappresenta un rischio reale per chi si prende cura degli altri senza tutelare se stesso.

Stabilire confini significa comunicare con chiarezza: “Voglio esserci per te, e al tempo stesso ho bisogno di preservare il mio equilibrio. Possiamo parlarne con calma quando entrambi siamo più tranquilli”. Questo modella anche un comportamento sano di autoregolazione che il giovane adulto può interiorizzare.
Quando suggerire un aiuto professionale
Esiste una linea sottile tra normale turbolenza emotiva della giovane età adulta e difficoltà che richiedono intervento specialistico. Alcuni campanelli d’allarme includono: isolamento sociale prolungato, alterazioni significative del sonno o dell’alimentazione, pensieri autolesionisti, incapacità di svolgere attività quotidiane basilari.
In questi casi, suggerire un supporto psicologico non deve essere vissuto come fallimento genitoriale, ma come atto di responsabilità. La modalità di comunicazione fa la differenza: “Ho notato che stai attraversando un periodo particolarmente difficile. Parlare con un professionista potrebbe darti strumenti che io non posso offrirti. Non perché non mi importi, ma proprio perché mi importa moltissimo”.
Lavorare sulla propria reattività emotiva
Spesso la difficoltà nel gestire le emozioni intense del figlio deriva dalle emozioni non elaborate della madre stessa. Ansia, rabbia e frustrazione possono riattivare ferite personali, paure rispetto al proprio ruolo genitoriale, sensi di colpa. Prima di poter offrire contenimento emotivo, è necessario fare i conti con la propria regolazione.
Tecniche di mindfulness, confronto con altri genitori in situazioni simili, o percorsi terapeutici personali non sono segni di debolezza ma investimenti nella qualità della relazione. Un genitore emotivamente regolato trasmette sicurezza e stabilità, elementi fondamentali per un giovane adulto in fase di definizione identitaria.
La fase della giovane età adulta rappresenta una delle transizioni più complesse sia per chi la vive sia per chi la osserva da genitore. Trovare il giusto equilibrio tra vicinanza e autonomia, supporto e responsabilizzazione, è un processo dinamico che richiede continui aggiustamenti. L’obiettivo non è essere madri perfette, ma madri sufficientemente buone che sanno riconoscere i propri limiti, validare le emozioni altrui e modellare una sana gestione delle difficoltà esistenziali che caratterizzano questa stagione della vita.
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